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lunedì 11 febbraio 2013

Il Piano nazionale diabete è legge.

 (Adnkronos Salute) - Il Piano nazionale diabete è legge. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell'accordo tra Governo, Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano, l'Italia risponde alla risoluzione con cui il 14 marzo 2012 il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a dotarsi di uno strumento codificato contro la 'malattia del sangue dolce'. Una pandemia che nel nostro Paese colpisce almeno 3 milioni di persone (ma un altro milione ne soffrirebbe senza saperlo), e che nel 2009 è stata riconosciuta come causa di morte in quasi 21 mila casi e concausa in altri 72 mila. Assicurare un'efficace opera di prevenzione; garantire cure uniformi ai pazienti di tutta la Penisola, iniziando dal raccogliere numeri certi attraverso un registro; potenziare un modello di assistenza integrata: questi i principali obiettivi del Pnd italiano.

Il Piano - ricorda la Società italiana di diabetologia (Sid) - arriva a 26 anni dalla legge 115 del 1987, che vide l'Italia pioniera con una normativa di indirizzo sul diabete. Come primo punto, spiegano i diabetologi, nel Pnd "si ribadisce la necessità di un'efficace opera di prevenzione del diabete e delle sue complicanze", che diventa "fondamentale - sottolinea il presidente della Sid, Stefano Del Prato - per ridurre l'impatto del diabete sull'individuo e sulla collettività. Quest'azione non può non partire che da un miglioramento della consapevolezza dei rischi, ma anche delle possibilità di prevenzione a livello di popolazione generale. Il Pnd rappresenta un importante punto di riferimento di queste azioni che auspichiamo vengano attivate a tutti i livelli, a partire dalle generazioni più giovani che sono quelle a rischio di pagare uno scotto maggiore".
Il secondo punto del Piano, continua la Sid, prevede di "omogeneizzare le azioni regionali e locali fornendo indicazioni per il miglioramento della qualità dell'assistenza, in linea con l'evoluzione registrata in ambito scientifico e tecnologico e con nuovi modelli organizzativi diffusi in vaste aree del territorio". In questo senso, secondo Del Prato, "la necessità di un registro certo che monitorizzi in modo adeguato prevalenza e bisogni per la gestione delle persone con diabete, deve essere considerato prioritario". E "una figura rinnovata di specialista in diabetologia, capace di svolgere il ruolo di riferimento nella rete di gestione della patologia diabetica, diventa essenziale ai fini dell'adeguamento degli standard di cura con l’evoluzione scientifica e organizzativa".
"Implementare un modello di sistema integrato, proiettato verso un disegno reticolare multicentrico, mirato a valorizzare la rete specialistica diabetologica sia tutti gli attori della assistenza primaria", prosegue la Sid, è il terzo bersaglio che il Piano nazionale diabete intende centrare. "L'obiettivo - precisa Del Prato - è quello di porre la persona con diabete in una posizione centrale a un processo capace di rispondere ai vari di gradi di complessità che la situazione clinica presenta. Una specie di griglia che scorre attorno alla persona con diabete per bloccarsi là dove l'esigenza emerga".
Nel suo complesso, commenta il numero uno della Sid, il Pnd "rappresenta un'occasione unica per garantire un livello di cura quanto più omogeneo possibile sull'intero territorio nazionale. Questo livello di cura dovrà essere garantito attraverso l'integrazione di tutti gli attori che partecipano all'assistenza della persona con diabete". Del Prato auspica "che il Pnd non rimanga ultimo atto di una legislatura, ma punto di partenza di un lavoro comune capace di rispondere alle esigenze di milioni di cittadini italiani". Infine, il presidente dei diabetologi evidenzia "la contemporaneità della promulgazione del documento italiano con quello europeo" sulle patologie croniche. Nel programma 'Ue Joint Action on Chronic Diseases', infatti, l'Unione ha preso il diabete di tipo 2 come modello per studiare gli ostacoli a prevenzione, screening e trattamenti efficaci. Ne deriva "un'opportunità importante per fare evolvere il sistema di gestione della persona con diabete", puntualizza Del Prato.
"I due documenti hanno alcuni punti in comune - osserva - In particolare il posizionamento della persona con diabete al centro del processo gestionale non tanto come oggetto di prestazioni erogate, quanto come primo gestore del proprio stato. Infatti, sia il Pnd che la Joint Action enfatizzano la necessità di migliorare l'educazione della persona con diabete, attraverso un processo che lo renda cosciente e capace di un sufficiente grado di autogestione e di efficace interazione con il mondo sanitario. Ritengo peraltro che questo processo non possa non passare da un miglioramento della consapevolezza sul problema diabete a livello di popolazione generale. Siamo certi che questa azione comunitaria, alla quale l'Italia ha già aderito - conclude l'esperto - fornirà lo spunto per una rinnovata attività di ricerca sia clinica che gestionale, capace di valutare la possibilità di elaborare non solo nuove strategie di prevenzione e di cura, ma anche di modelli originali di organizzazione dell'assistenza diabetologia".

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